Immunizzazione dei lavoratori sanitari
Raccomandazioni della Commissione Consultiva sulle Pratiche di
Immunizzazione (ACIP) e della Commissione Consultiva sulle Pratiche di Controllo delle
Infezioni Ospedaliere (HICPAC)
Quadro generale
Patologie
per le quali limmunizzazione è fortemente raccomandata
Epatite B
Influenza
Morbillo, parotite e rosolia
Morbillo
Parotite
Rosolia
Varicella
Casi di
varicella e contagio da virus contenuto nel vaccino
Tubercolosi e vaccinazione BCG
Ruolo
della vaccinazione BGC nella prevenzione della TB fra il personale sanitario
Epatite
C ed altre Epatiti non-A, non-B trasmesse per via parenterale
Altre
patologie per le quali limmunizzazione del personale sanitario è o può essere
indicata
Epatite A
Patologia
meningococcea
Pertosse
Febbre Tifoidea
Vaiolo
Altre
patologie prevenibili con vaccinazione
Limmunizzazione di
personale immunocompromesso
Terapia a base di corticosteroidi
Soggetti affetti da HIV
Raccomandazioni
L immunizzazione è
fortemente raccomandata
Introduzione
A causa del contatto con i pazienti o di materiale infetto proveniente dai pazienti,
gran parte del personale sanitario (medici, infermieri, personale medico di pronto
soccorso, odontoiatri, studenti, tecnici di laboratorio, volontari ed amministrativi) è a
rischio di contagio da malattie prevenibili con vaccini. Il mantenimento
dellimmunità è quindi una parte essenziale dei programmi dei prevenzione e
controllo delle infezioni per il personale sanitario. Un utilizzo ottimale degli agenti
immunizzanti salvaguarda la salute dei lavoratori e protegge i pazienti da infezioni
dovute al contatto con il personale infetto. Lelaborazione di adegauti programmi di
immunizzazione dovreb ridurre notevolmente sia il numero di dipendenti sanitari esposti
alle infezioni, sia i rischi connessi di contagio da patologie prevenibili con
vaccinazione ad altri lavoratori e pazienti. Inoltre, queste raccomandazioni sono rivolte
anche al personale in servizio presso studi medici privati, cliniche private, scuole,
laboratori, personale di pronto soccorso.
Tutte le strutture mediche o sanitarie che forniscono assistenza diretta ai pazienti
dovrebbero elaborare un programma completo di immunizzazione esteso a tutto il personale
sanitario. La American Hospital Association ha avallato il concetto di immunizzazione sia
per il personale ospedaliero che per i degenti. Le seguenti raccomandazioni riguardanti
vaccini di qualche importanza per il personale sanitario andrebbero tenute in
considerazione a momento dellelaborazione di tali programmi.
Quadro generale
Patologie
per le quali limmunizzazione è fortemente raccomandata
Sulla base di ricerche sul contagio in ambiente ospedaliero, il personale sanitario si
considera ad alto rischio di trasmissione o infezione da lepatite B, influenza,
morbillo, parotite, rosolia, varicella. Tutte queste patologie sono prevenibili con
vaccinazione.
Epatite B
Linfezione da virus dellepatite B (HBV) costituisce il rischio infettivo
maggiore per il personale sanitario. Nel 1993, circa 1450 lavoratori hanno contratto la
malattia tramite esposizione a sangue o fluidi derivati dal siero, con una diminuzione del
90 % rispetto alle stime effettuate nel 1985.I datti indicano che per il 5-10 % dei
lavoratori contagiati dallHBV linfezione si cronicizzava. I pazienti affetti
da HBV cronica sono a rischio di patologie epatiche croniche (epatite cronica attiva,
cirrosi e carcinoma epatocellulare primario) e sono potenzialmente contagiosi per tutta la
vita. Circa 100/200 lavoratori sanitari lanno sono deceduti negli ultimi dieci anni
a causa delle conseguenze croniche dellinfezione HBV (CDC, dati inediti).
Il rischio di contagio tramite esposizione sul luogo di lavoro dipende dalla frequenza di
esposizioni percutanee e permucose a sangue o liquidi organici contenenti sangue. A
seconda delle mansioni a cui è addetto, il dipendente sanitario o di pubblica sicurezza
può essere a rischio di infezione HBV. I lavoratori esposti a sangue o liquidi organici
contaminati dal sangue andrebbero vaccinati. Per i dipendenti di pubblica sicurezza, la
cui esposizione al sangue è rara, è preferibile una tempestiva profilassi
post-esposizione, piuttosto che una vaccinazione pre-esposizione di routine.
Nel 1987 i Dipartimenti del Lavoro e della Sanità hanno pubblicato una nota informativa
congiunta sulla protezione dei dipendenti dallesposizione allHBV ed
allHIV sul luogo di lavoro, ed hanno avviato un processo legislativo in materia. Il
Federal Standard emanato nel dicembre 1991 ai sensi della Legge sulla Sicurezza e la
Assistenza Medica sul Lavoro prevede la somministrazione, a carico del datore di lavoro,
del vaccino contro lepatite B a tutti i lavoratori sanitari esposti in ambiente
lavorativo a sangue od altre sostanze potenzialmente infette. Lesposizione sul luogo
di lavoro si definisce come ".. contatto ragionevolmente anticipato di occhi , pelle,
mucose e parenterale con sangue od altri materiali potenzialmente infetti
nellesercizio delle mansioni di un dipendente sanitario". L
Amministrazione per la Sanità e la Sicurezza Occupazionale (OSHA) segue le attuali
raccomandazioni ACIP per le sue esigenze di pratiche di immunizzazione (est sugli
anticorpi pre- e post-esposizione). Queste norme hanno accelerato ed ampliato
lutilizzo del vaccino contro lepatite B sul personale sanitario ed hanno
assicurato uno sforzo minimo nella prevenzione di questa malattia professionale.
Non è indicato uno screening sierologico pre-vaccinazione relativo a precedenti infezioni
per persone vaccinate a causa di rischi professionali. Per il personale sanitario a
contatto con sangue o pazienti ed a rischio costante di lesioni con strumenti affilat o
aghi (medici, infermieri, dentisti, flebotomi, tecnici e studenti) si consiglia un test di
risposta degli anticorpi dellantigene superficiale dellepatite B. La
conoscenza della risposta degli anticorpi aiuta a determinare la profilassi
post-esposizione.
Gli anticorpi del virus dellepatite B (HBV) indotti dal vaccino diminuiscono
progressivamente nel tempo, e il 60% al massimo di persone che inizialmente rispondono
alla vaccinazione perdono anticorpi individuabili nel corso di 12 anni (CDC, dati
inediti). Alcuni studi realizzati su individui adulti hanno dimostrato che, nonostante una
diminuzione dei livelli di anticorpi nel siero, limmunità indotta dal vaccino
continua a prevenire patologie cliniche e uninfezione virulenta individuabile di
HBV. Perciò non si ritengono necessari richiami. Non si raccomandano analisi serologiche
periodiche per il monitoraggio della concentrazione di anticorpi dopo la conclusione del
ciclo di tre dosi. Leventuale necessità di dosi di richiamo va valutata qualora si
rendano disponibili ulteriori dati.
Sono state diagnosticate infezioni di HBV asintomatiche in individui vaccinati tramite
analisi sierologiche degli anticorpi dellantigene centrale dellepatite B
(anti-HBc). Tuttavia, tali infezioni permettono di sviluppare unimmunità prolungata
e non sono associate a patologie epatiche croniche legate allHBV.
Influenza
Durante le epidemie comunitarie di influenza, il ricovero di pazienti affetti da
influenza ha portato alla trasmissione ospedaliera del virus, anche dal personale ai
pazienti. Questo causa assenteismo e una notevole disturbo allattività di
assisitenza. Inoltre le epidemie di influenza hanno causato morbilità e mortalità nelle
cliniche private. In uno studio recente realizzato su strutture di assistenza a lungo a
termine con livelli uniformemente alti di vaccinazione antinfluenzale ai pazienti, i
pazienti in strutture nelle quali più del 60% del personale era stato vaccinato contro
linfluenza presentava meno mortalità e morbilità legate allinfluenza, in
rapporto a pazienti ricoverati in strutture dove il personale non era stato vaccinato.
Morbillo, parotite e rosolia
Morbillo. E stata documentata la trasmissione
ospedaliera del morbillo negli studi medici privati, nei pronti soccorsi, e nei reparti
ospedalieri. Benché solo il 3,5% di tutti i casi di morbillo registrati nel periodo
1985-1989 si sia verificato in ambiente sanitario, si calcola che il rischio di infezione
per il personale sia 13 volte superiore a quello della popolazione generale. Nel biennio
1990-1991, si calcola che su 37.429 casi di morbillo 1.788 (il 4,8%) sono stati causati da
infezione in ambiente sanitario. Di questi, 688 (il 37,4%) si sono verificati tra i
lavoratori, 561 (l84%) dei quali non erano vaccinati; 187 (il 28%) sono stati
ricoverati per morbillo e tre sono deceduti. Dei 3.659 casi di morbillo registrati nel
periodo 1992-1995, lambiente di contagio era noto per 2.765 di essi; in 385 (il
13,9%) di questi casi si è trattato di un ambiente sanitario.
Anche se una data di nascita anteriore al 1957 è generalmente considerata prova si
immunità al morbillo, studi sierologici effettuati su personale ospedaliero indicano che
il 5-9% dei nati prima del 1957 non è immune al morbillo. Nel periodo 1985-1992 il 27% di
tutti i casi di morbillo riscontrati fra il personale sanitario riguardava nati prima del
1957.
Parotite. Negli ultimi anni, una percentuale
significativa dei casi di parotite registrati ha riguardato adolescenti e giovani adulti
non vaccinati alluniversità e sul luogo di lavoro. Le epidemie di parotite
verificatesi un popolazioni altamente vaccinate sono state attribuite allinefficacia
del vaccino primario. Recentemente, lincidenza globale della parotite è oscillata
solo in misura minima, ma è stata registrata una sempre maggiore percentuale di casi
nelle fascia detà dai 15 anni in poi. In tutto il paese è stata documentata la
trasmissione della parotite in ambiente sanitario. Sono opportuni programmi di
immunizzazione del personale dal parotite e sono facilmente associabili a programmi di
controllo del morbillo e della rosolia.
Rosolia. Sono state registrate epidemie
ospedaliere di rosolia che hanno colpito sia pazienti che personale. Benché negli USA la
vaccinazione abbia ridotto il rischio complessivo di trasmissione della rosolia in tutte
le fasce detà fino al 95%, persiste un potenziale di trasmissione negli ambienti
sanitari perché il 10-15% degli adulti giovani vi è ancora soggetto. In uno studio in
corso sullantirosolia in unorganizzazione per la salvaguardia della salute
7.980 donne su 92.070 (8,6%) di età fino a 29 anni non risultano immuni alla rosolia.
Benché non sia infettiva come il morbillo, la rosolia può essere trasmessa facilmente
sia da maschi che da femmine. Il contagio di si può verificare ogniqualvolta molti
individui ad essa non immuni si ritrovino nello stesso ambiente. Una vaccinazione
aggressiva anti-rosolia di uomini e donne non immuni con un vaccino trivalente
anti-rosolia, morbilloso, parotite (MMR) può eliminare la possibilità di trasmissione
della rosolia e del morbillo.
I nati prima del 1957 in genere sono considerati immuni alla rosolia. Tuttavia, i
risultati di studi sieroepidemiologici indicano che circa il 6% del personale sanitario
(compresi i nati nel 1957 o prima) non presenta anticorpi antirosolia individuabili.
Varicella. La trasmissione ospedaliera del
virus della varicella zoster (VZV) è stata ampiamente riconosciuta. Le fonti di
esposizione di pazienti e personale sono pazienti, personale e visitatori ( per es. i
figli di dipendenti ospedalieri) contagiati da varicella o zoster. Negli ospedali si è
verificato il contagio per via aerea del VZV da persone affette da varicella o zoster a
persone non immuni che non avevano avuto contatti diretti con i casi-indice. Anche se
tutti gli adulti ricoverati non immuni sono a rischio di varicella grave e di
complicazioni, alcuni pazienti sono rischio maggiore: donne in gravidanza, prematuri nati
da madri non immuni, bambini nati prima delle 28 settimane di gestazione e dal peso uguale
o inferiore a 1000g indipendentemente dallo stato di immunità della madre e le persone
immunocompromesse di tutte le età ( compresi i pazienti sottoposti a terapia
immunosoppressiva, colpiti da tumore maligno, o immunodeficienti).
Strategie di controllo della varicella
Tali strategie comprendono:
Isolamento di pazienti affetti da varicella o altri pazienti non immuni esposti a VZV.
- Controllo del flusso daria.
- Utilizzo di analisi sierologiche rapide per determinare la
predisposizione.
- Congedo per personale non immune ed esposto e screening giornaliero
dello stesso relativamente a lesioni cutanee, febbre e sintomi sistemici.
- Riassegnazione temporanea del personale non immune alla varicella a
reparti lontani dalle zone di assistenza pazienti.
Un isolamento adeguato dei pazienti ricoverati che
presentano uninfezione VZV sospetta o accertata può ridurre il rischio di
trasmissione al personale.
Si raccomanda lidentificazione dei pochi soggetti non immuni nella fase di
assegnazione a mansioni che implicano contatto con i pazienti. Dovrebbe essere addetto
allassistenza dei pazienti con sospetta o accertata varicella o zoster queste
mansioni solo personale immune.
Un passato clinico affidabile di varicella è un parametro valido relativamente
allimmunità da VAZV. Sono stati utilizzati test sierologici per valutare la
precisione del passato clinico. Tra gli adulti il 97-99% degli individui con una storia
positiva risultano sieropositivi. Inoltre, la maggioranza degli adulti con storia negativa
o incerta è sieropositiva (tra il 71 ed il 93%). Gli individui senza una storia di
varicella , o la cui storia è incerta possono essere considerati non immuni, ed essere
quindi sottoposti a tesi sierologici per determinarne lo status di immunità. Nelle
istituzioni sanitarie è conveniente dal punto di vista dei costi effettuare uno screening
sierologico del personale che ha una storia negativa o incerta per quanto riguarda la
varicella.
Se il personale sanitario non immune è esposto alla varicella risulta potenzialmente
infettivo 10-21 giorni dopo lesposizione. Deve essere spesso lasciato in congedo in
questo periodo, di solito con costi notevoli. Gli individui affetti da varicella di solito
rimangono contagiosi fino a che le lesioni si seccano o si cicatrizzano. (Vedere Altre
Considerazioni sulla Vaccinazione del personale sanitario. Restrizioni di Servizio dopo
lEsposizione per il Personale non Immune).
Casi di varicella
e contagio da virus contenuto nel vaccino
Il vaccino contro il virus della varicella protegge circa il 70-90% dei vaccinati
dalla varicella ed il 95% dei vaccinati da una varicella grave per almeno 7-10 anni dalla
vaccinazione. Una protezione significativa è di lunga durata. Si sono verificati alcuni
casi di varicella tra i vaccinati dopo lesposizione al virus naturale della
varicella. I dati ricavati dalle prove effettuate su vaccinati di tutte le età seguiti
attivamente per periodi fino a 9 anni indicano che la varicella si è sviluppata
nell 1-4,4% di vaccinati lanno, a seconda della partita di vaccino e
dellintervallo di tempo intercorso dalla vaccinazione. Gli individui non vaccinati
che contraggono la varicella in genere presentano febbre e centinaia di lesioni
vescicolari. Tra i vaccinati colpiti da varicella, invece, il numero medio di lesioni
cutanee era inferiore a 50 e tali lesioni erano più difficilmente vescicolari. La maggior
parte dei vaccinati contagiati era priv di febbre ed il decorso era più breve.
La velocità di contagio del virus dai vaccinati che contraggono la malattia è bassa nel
caso dei bambini vaccinati, ma non è stata studiata negli adulti. Sono stati effettuati
dieci diversi studi su 2.141 bambini vaccinati nel periodo 1981-1989. La varicella si è
manifestata in 78 soggetti nel periodo successivo (1-8 anni) di osservazione attiva. Il
numero di casi secondari è stato di 11 su 90 (12,2%) fratelli/sorelle vaccinati. Tra i
pazienti-indice e secondari la malattia era lieve. E stata riportata anche la
trasmissione ad una madre non immune da parte di un bambino non vaccinato contagiato.
Le stime sullefficacia dei vaccini e la persistenza degli anticorpi nei vaccinati si
basano su ricerche condotte prima che limpiego diffuso del vaccino cominciasse ad
influenzare la prevalenza dellinfezione VZV naturale. Perciò, la misura in cui il
richiamo dovuto allesposizione al virus naturale aumenta la protezione fornita dalla
vaccinazione rimane incerta. E pure ignoto se limmunità a lungo termine
progressivamente sparisca con la diminuzione della circolazione del virus VZV.
Il rischio di trasmissione del virus contenuto nel vaccino è stato valutato in riceventi
placebo fratelli/sorelle di bambini vaccinati e tra fratelli/sorelle sani di bambini
leucemici vaccinati. I risultati di questi studi mostrano che gli individui sani vaccinati
presentano un rischio minimo (circa meno dell1%) di trasmissione del virus del
vaccino alle persone con cui sono a contatto. Il rischio può aumentare in vaccinati nei
quali si sviluppa uneruzione simile alla varicella, dopo la vaccinazione. Si è pure
verificata la trasmissione terziaria del virus del vaccino ad un secondo fratello/sorella
sano di un bambino leucemico vaccinato .
Sono possibili diverse soluzioni per la gestione del personale sanitario vaccinato che
può essere esposto alla varicella. Non si ritengono necessarie analisi sierologiche di
routine per limmunità alla varicella dopo la somministrazione di due dosi di
vaccino perché il 99% degli individui diventa sieropositivo dopo la seconda dose.
Tuttavia, la sieroconversione non porta sempre ad una protezione totale contro
linfezione. Servono delle linee guida istituzionali per la gestione dei vaccinati
esposti che non presentano anticorpi identificabili e per coloro che sviluppano una
varicella clinica. Una strategia potenzialmente efficace per identificare soggetti che
rimangono a rischio di varicella è leffettuazione di test sierologici di immunità
sugli individui vaccinati immediatamente dopo lesposizione alla VZV. Si possono
ottenere risultati tempestivi, significativi e specifici a costi ragionevoli con un test
di agglutinazione del lattice (LA) disponibile in commercio. Sono stati utilizzati molti
altri metodi per individuare gli anticorpi del VZV. Il test LA, che utilizza particelle di
lattice rivestite di antigeni della glicoproteina VZV, può essere realizzato in 15
minuti. E improbabile che gli individui con anticorpi individuabili contraggano la
varicella. I soggetti che non presentano anticorpi individuabili possono essere nuovamente
sottoposti al test entro 5 o 6 giorni. Se è presente una risposta anamnestica, questi
soggetti difficilmente contrarranno la malattia. Il personale sanitario che non presenta
anticorpi quando viene sottoposto a secondo test può essere lasciato in congedo. In
alternativa, le condizioni cliniche di queste persone possono essere controllate
giornalmente e e su può concedere il congedo nella fase iniziale di manifestazione della
varicella.
Servono più informazioni sul rischio di trasmissione del virus del vaccino da vaccinati
con e senza eruzioni simili alla varicella dopo la vaccinazione. Il rischio sembra minimo,
e i vantaggi dovuti alla vaccinazione del personale sanitario non immune superano i
potenziali rischi. A garanzia di ciò, le istituzioni potrebbero prendere precauzioni sul
personale che presentasse eruzioni dopo la vaccinazione e per altri dipendenti vaccinati
che dovessero entrare a contatto con persone non immuni ad alto rischio di gravi
complicazioni.
La vaccinazione sarebbe utile per il personale sanitario non vaccinato che non presentasse
immunità documentata, se esposto alla varicella. Tuttavia, dal momento che
lefficacia della vaccinazione post-esposizione è ignota, gli individui vaccinati
dopo lesposizione dovrebbero essere gestiti come quelli non vaccinati.
Tubercolosi e vaccinazione BCG
Negli USA il vaccino BCG non è stato raccomandato per un uso generalizzato perché
per la popolazione il rischio di infezione da Mycobacterium tuberculosis (TB) è
baso e lefficacia protettiva del vaccino BCG incerta. La risposta immunitaria al
vaccino BCG, inoltre, interferisce con lutilizzo del test cutaneo della tubercolina
nellindividuazione dellinfezione da Mycobacterium tuberculosis. Limpegno
di prevenzione e controllo della TB si concentra nellinterruzione della trasmissione
a pazienti che hanno una TB contagiosa attiva, nel test cutaneo per individui ad alto
rischio di TB e nella somministrazione di terapie preventive nei casi appropriati. La
vaccinazione BCG può contribuire alla prevenzione e al controllo della TB quando altre
strategie risultino inadeguate.
Controllo della TB
Le strategie fondamentali per il controllo e la prevenzione della TB comprendono:
Individuazione precoce e trattamento efficace per pazienti affetti da TB attiva
contagiosa.
Terapia preventiva per persone infette, Lidentificazione ed il trattamento di
persone infette può prevenire la progressione dellinfezione dalla fase latente a
quella attiva contagiosa.
Prevenzione della trasmissione ospedaliera. Si tratta di un rischio riconosciuto in
ambienti ospedalieri ed è particolarmente preoccupante dove individui affetti da HIV
operano come volontari, effettuano visite o ricevono assistenza. Nelle strutture sanitarie
ed altre (dormitori per senzatetto, strutture di correzione) andrebbero attuati programmi
di controllo delle infezioni.
Ruolo
della vaccinazione BGC nella prevenzione della TB fra il personale sanitario
In poche regioni degli USA si verifica un aumento dei rischi di trasmissione della TB
nelle strutture ospedaliere (in rapporto ai rischi osservati in strutture ospedaliere di
altre parti degli USA) insieme ad una elevata prevalenza tra i pazienti di TB di ceppi di Mycobacterium
tuberculosis resistenti sia allisoniazide che alla rifampicina. Anche in queste
situazioni una applicazione generalizzata delle pratiche di controllo delle infezioni
dorrebbe essere la strategia principale da adottare per proteggere il personale sanitario
ed altri nelle strutture ospedaliere. La vaccinazione BCG dei personale non andrebbe
adottata come strategia primaria di controllo della TB perché a) lefficacia
protettiva del vaccino nel personale sanitario non è provata; b) anche se la vaccinazione
BCG risulta efficace per un dipendente, altri individui allinterno della struttura (
pazienti, visitatori ed altri dipendenti) non sono protetti contro una possibile
esposizione e contagio di ceppi farmaco-resistenti del Mycobacterium tuberculosis
e c) la vaccinazione BCG può complicare la terapia preventiva a causa della difficoltà
nel distinguere le risposte al test cutaneo della tubercolina dovute al contagio da
Mycobacterium tuberculosis da quelle dovute alla risposta immunitaria alla
vaccinazione.
Epatite
C ed altre Epatiti non-A, non-B trasmesse per via parenterale
Il virus dellEpatite C (HCV) è lagente eziologico nella più parte dei
casi di epatiti non-A, non-B trasmesse per via parenterale negli USA. La CDC calcola che
il numero annuale di contagi HCV di nuova acquisizione è oscillato tra i 180.000 del 1984
ed i 28.000 del 1985 . Di questi, intorno al 2-4 % si é verificato fra il personale
sanitario esposto al sangue per motivi di lavoro. Almeno l85% di coloro che hanno
contratto linfezione HCV si è ammalato in maniera cronica, e lepatite cronica
si sviluppa in media nel 70% di tutti gli individui contagiati dallHCV. Fino al 10%
di casi di epatiti non-A, non-B trasmesse per via parenterale può essere causato da altri
agenti virali trasferiti per via ematica non ancora caratterizzati (epatite non ABCDE).
Gli immunotest enzimatici sierologici (EIA), brevettati per lindividuazione di
anticorpi contro lHCV (anti-HCV) si sono evoluti dalla loro introduzione nel 1990 e
ne è oggi disponibile una terza versione che individua gli anti-HCV in una percentuale
fino al 95% di pazienti affetti da HCV. Lanalisi dei risultati EIA è limitata da
diversi fattori. Queste prove non individuano gli anti-HCV in tutti i soggetti contagiati
e non distinguono tra infezione acuta, cronica o risolta. Nell80-90% dei soggetti
affetti da HCV, la sieroconversione si verifica in media a 10-12 settimane di distanza
dallesposizione al virus. Queste prove di screening, inoltre, danno luogo ad
unalta percentuale (fino al 50%) di risultati positivi falsi se effettuati su
popolazioni con una bassa prevalenza di infezione HCV. Benché non sia stato elaborato
alcun test di verifica, è possibile effettuare test supplementari per la specificità
(come la Prova Immunoblot Ricombinante, già brevettata), e dovrebbero essere sempre
utilizzati per verificare risultati ripetutamente reattivi ottenuti tramite le prove di
screening.
La diagnosi dellinfezione HCV è possibile anche individuando lRNA
dellHCV con tecniche di reazione a catena della polimerasi (PCR). Benché queste
prove siano rese disponibili da molti laboratori commerciali per scopi di ricerca, i
risultati variano notevolmente tra un laboratorio e laltro. In uno studio recente
nel quale un gruppo di riferimento contenente sieri noti positivi e negativi allRNA
dellHCV era stato fornito ad 86 laboratori di tutto il mondo, è stato ritenuto che
solo il 50% avesse proceduto in maniera corretta (per es. non essendo in grado di
individuare un campione positivo debole), mentre solo il 16% aveva riportato risultati
attendibili. I risultati falsi (sia negativi che positivi) possono avere origine da un
improprio campionamento, maneggio, conservazione dei campioni. Inoltre, dato che
lRNA dellHCV si può individuare solo in maniera intermittente durante il
decorso dellinfezione, un unico risultato negativo del test PCR non dovrebbe essere
ritenuto sufficiente. Sono stati anche elaborati dei test per quantificare lRNA
dellHCV presente nel siero; tuttavia non è stata determinata lapplicabilità
clinica di questi test.
La maggior parte del contagio da HCV è legata direttamente allesposizione
percutanea al sangue ed il personale sanitario è a rischio di contagio nellambiente
di lavoro. La prevalenza di anti-HCV tra il personale ospedaliero ed i chirurghi è di
circa l1% ed il 2% tra i chirurghi orali.. In studi ulteriori su personale esposto
per via percutanea a sangue di pazienti anti-HCV positivi, tramite lesioni non
intenzionali con aghi o strumenti affilati, lincidenza media della sieroconversione
anti-HCV era dell1,8% (compresa tra 0-7%) . Nellunico studio effettuato con la
PCR per misurare linfezione HCV individuando lRNA dellHCV ,
lincidenza delle infezioni post-lesione era del 10%. Benché questi studi non
abbiano documentato la trasmissione associata ad esposizione delle mucose e di cute
lacerata, in uno di essi si descrive la trasmissione dellHCV da uno schizzo di
sangue sulla congiuntiva.
Diversi studi hanno analizzato lefficacia della profilassi con immunoglobuline (IG)
nella prevenzione dellepatite non-A e non-B post-trasfusione. I risultati di questi
studi sono difficili da confrontare ed interpretare a causa della mancanza di uniformità
nei criteri diagnostici, delle diverse fronti dei donatori (volontari e o commerciali) e
delle diverse procedure adottate negli studi (alcuni erano privi di controlli placebo e a
schermaggio.) In alcuni di questi studi, a quanto pare, le IG riducevano il tasso di della
malattia clinica, ma non i tassi complessivi di infezione. In uno studio i dati indicavano
che lepatite cronica si svilupperebbe più difficilmente in pazienti trattati con
IG. Nessuno di questi dati è stato rianalizzato da quando il test anti-HCV è stato
introdotto. Solo in uno studio la prima dose di IG è stata somministrata dopo, piuttosto
che prima dellesposizione. Il valore delle IG nella profilassi post-esposizione è
perciò difficile da valutare. La natura eterogenea dellHCV e la sua capacità di
subire rapide mutazioni, tuttavia, sembrano prevenire lo sviluppo di una efficace risposta
immunitaria neutralizzante; ciò suggerisce che probabilmente la profilassi
post-esposizione con IG non è efficace. Inoltre, le IG vengono ora prodotte con plasma
sottoposto a screening anti-HCV. In uno studio sperimentale nel quale le IG prodotte da
plasma negativo allanti-HCV venivano somministrate agli scimpanzé unora dopo
lesposizione allHCV, le IG non impedivano linfezione o la malattia.
La prevenzione della contagio dellHCV con agenti antivirali (per es. lalfa
interferone) non è stata studiata. Benché la terapia a base di alfa interferone sia
sicura ed efficace per il trattamento dellepatite C cronica, i meccanismi
delleffetto non sono ancora completamente noti. Lalfa interferone può essere
efficace solo in presenza di uninfezione già conclamata; deve inoltre essere
somministrato con uniniezione e può causare effetti collaterali. Sulla base di
queste considerazioni non si raccomandano gli agenti antivirali per la profilassi
post-esposizione dell infezione HCV.
In assenza di unefficace profilassi, è bene che i soggetti esposti allHCV
siano a conoscenza della loro situazione infettiva per poter richiedere analisi e
trattamento di patologie epatiche croniche. I tassi di risposta sostenuta alla terapia a
base di alfa interferone sono in genere bassi (10-20% negli USA). Linsorgere di
effetti collaterali da lievi a moderati nella maggior parte dei pazienti ha richiesto una
somministrazione discontinua della terapia fino al 15% dei pazienti. Non sono state
identificate caratteristiche cliniche, demografiche, siero-biochimiche, sierologiche, o
istologiche che indichino con anticipo e affidabilità quali pazienti sosterranno una
remissione a lungo termine in risposta alla terapia.
Diversi studi indicano che tale trattamento iniziato nelle prime fasi dellinfezione
HCV è associato ad un tasso più elevato di guarigione. La fase iniziale
dellinfezione HCV tra il personale sanitario dopo lesposizione potrebbe essere
individuata prima utilizzando la PCR per individuare lRNA del virus che non usando
lEIA per individuare anti-HCV. Tuttavia, la PCR non è una prova brevettata e la sua
precisione è altamente variabile. Oltre a ciò, non sono a disposizione dati che
indichino che un trattamento avviato allinizio del decorso dellinfezione HCV
cronica sia meno efficace di un trattamento iniziato nella fase acuta dellinfezione.
Inoltre, lalfa interferone è approvato solo per il trattamento dellepatite C
cronica.
Le IG o gli agenti antivirali non si raccomandano per la profilassi post-esposizione
allepatite C. Non esistono vaccini per lepatite C. Le istituzioni sanitarie
dovrebbero studiare la possibilità di attuare politiche e procedure di monitoraggio del
personale relativamente allHCV in seguito ad esposizione percutanea o permucosa al
sangue. Come minimo, queste politiche dovrebbero comprendere:
Per la fonte, test sierologico anti-HCV di delimitazione.
- Per il soggetto esposto ad una fonte positiva lanti-HCV, test
sierologico di base e successivi (per. es 6 mesi) anti-HCV e e sullattività delle
aminotransferasi dellalanina.
- Conferma con ulteriori analisi anti- HCV di tutti i risultati
anti-HCV registrati come ripetutamente reattivi attraverso lEIA.
- Aggiornamento costante del personale su rischi e prevenzione della
trasmissione sul luogo di lavoro di tutti gli agenti patogeni trasportati per via ematica,
compresa lepatite C.
Altre
patologie per le quali limmunizzazione del personale sanitario è o può essere
indicata
Le patologie qui trattate sono incluse per una delle seguenti ragioni:
La trasmissione ospedaliera si verifica ma il personale non è a maggiore rischio per
esposizione sul luogo di lavoro (epatite A).
Il rischio sul luogo di lavoro è alto, ma non è possibile la protezione tramite
immunizzazione attiva o passiva (pertosse).
- I vaccini esistono ma di solito non vengono raccomandati per tutto
il personale o vengono consigliati solo in certe situazioni (meningite e vaiolo).
Epatite A
Lesposizione sul luogo di lavoro in genere non aumenta il rischio di infezione da
epatite A (HAV) per il personale sanitario. Quando si seguono adeguate pratiche di
controllo delle infezioni, la trasmissione ospedaliera dellHAV è rara. Sono state
talvolta osservate delle epidemie dovute alla trasmissione dellHAV a personale del
reparto di terapia intensiva neonatale da parte di neonati contagiati con trasfusioni di
sangue. La trasmissione dellHAV da pazienti adulti al personale sanitario è di
solito associata ad incontinenza fecale dei pazienti. Tuttavia, la maggior parte di quelli
ricoverati con lepatite A viene accettata in seguito ad un attacco di itterizia,
quando sono oltre il punto massimo di contagiosità. Delle indagini sierologiche tra molte
categorie di personale sanitario non hanno identificato unelevata prevalenza di
infezione HAV in rapporto ad altre popolazioni professionali.
Esistono due misure profilattiche specifiche di protezione contro lepatite A:
lIG ed il vaccino contro lepatite A. Quando viene somministrata due settimane
dopo lesposizione, lIG ha unefficacia di prevenzione inferiore
all85% . Negli USA sono stati recentemente brevettati due vaccini contro
lepatite A, i quali possono garantire una protezione pre-esposizione a lungo
termine: HAVRIX® ( prodotto dalla AmithKline Beecham Biologicals) e VAQTA® (della Merck
& Company Inc.) Lefficacia di prevenzione di questi due vaccini della patologia
clinica è intorno al 94-100%. I dati indicano che la durata della protezione clinica
garantita da VAQTA® è di almeno 3 anni, e quella di HAVRIX® almeno 4 anni. I modelli
matematici di decadimento degli anticorpi indicano che la protezione data dalla
vaccinazione può durare fino a 20 anni.
Patologia
meningococcea
La trasmissione ospedaliera della Neisseria meningitidis è rara. In rari casi il
contatto diretto con le secrezioni respiratorie di persone infette (per es. durante la
respirazione bocca a bocca) ha portato al contagio dai pazienti con la meningococcemia o
la meningite meningococcea al personale. Benché le infezioni espiratorie meningococcee
inferiori siano rare il personale sanitario può essere a maggiore rischio di infezione
meningococcea se esposto a pazienti contagiati da Neisseria meningitidis con tosse
attiva produttiva. Il personale può ridurre il rischio di infezione attuando le
precauzioni per evitare lesposizione a particelle respiratorie.
Per i soggetti che hanno avuto ripetuti contatti senza protezione (per es. senza indossare
una mascherina) con pazienti infetti (per es. durante lintubazione, la rianimazione,
o lesame ravvicinato dellorofaringe dei pazienti) è consigliabile la
profilassi post-esposizione. La profilassi antimicrobica può interrompere il trasposrto
della Neisseria meningitidis e prevenire infezioni in soggetti che sono stati
esposti senza protezione a pazienti con infezioni meningococcee. La rifampicina è
efficace nelleliminazione del trasporto nasofaringeo della Neisseria meningitidis,
ma si sconsiglia in gravidanza, perché il farmaco è teratogenico in animali da
laboratorio. Anche la ciprofloxacina e il cefriaxone assunti in ununica dose sono
efficaci nella riduzione del trasporto nasofaringeo della Neisseria meningitidis e
costituiscono alternative ragionevoli alla terapia multidose a base di rifampicina. Il
ceftriaxone può pure essere usato in gravidanza.
Anche se è utile nel controllo delle epidemie di patologia meningococcea del sierogruppo
C, la somministrazione dei vaccini di polisaccaridi meningococcei quadrivalenti A, C, Y,
W-135 è di scarsa utilità per la profilassi post-esposizione. I vaccini dei sierogruppi
A e C, che hanno dimostrato efficacia intorno all85-100% in bambini più vecchi ed
adulti, sono utili nel controllo delle epidemie. La decisione di realizzare o no una
vaccinazione di massa per la prevenzione della patologia meningococcea del sierogruppo C
è legata alla possibilità che il verificarsi di più di un caso rappresenti
unepidemia vera e propria oppure una concentrazione insolita di casi di patologia
meningococcea endemica. Si può ricorrere al controllo della patologia del sierogrupppo C
ed al calcolo del tasso di attacchi per identificare e stabilire se sia giustificato
luso del vaccino meningococceo. Sono state pubblicate delle raccomandazioni sulla
valutazione e sulla gestione delle epidemie di patologia meningococcea del sierogruppo C.
Pertosse
La pertosse è altamente contagiosa. I tasso di attacchi secondari tra familiari superano
l80%. La trasmissione si verifica tramite contatto diretto con le secrezioni
respiratorie o goccioline sotto forma di aerosol provenienti dal canale respiratorio delle
persone infette. Il periodo di incubazione è in genere di 7-10 giorni. Il periodo di
trasmissibilità va dalla fase catarrale iniziale allo stadio di parossismo. Gli
adolescenti e gli adulti vaccinati, la cui immunità tende a diminuire 5.-10 anni dopo
lultima dose di vaccino ( di solito somministrata alletà di 4-6- anni), sono
unimportante fonte di infezione per i bambini non immuni. . La malattia può essere
trasmessa da pazienti adulti a persone che sono a stretto contatto con loro, in praticare
bambini non vaccinati. Questa trasmissione può verificarsi in famiglia ed in ospedale.
La trasmissione della pertosse in ambiente ospedaliero è stata documentata in diversi
studi. Si è verificata dai visitatori o dal personale ai pazienti o dai pazienti al
personale. Anche se di entità ridotta ( 2-17 pazienti 5-13 lavoratori) le epidemie
documentate sono risultate onerose dal punto di vista economico ed organizzativo. Durante
ogni epidemia, un numero maggiore di lavoratori è stato visitato e si sono rese
necessarie colture nasofaringee, test sierologici antibiotici profilattici e congedo.
Durante le epidemie che si verificano negli ospedali, il rischio di contagio da pertosse
tra personale o pazienti è spesso difficile da quantificare perché lesposizione
non è stata ben definita.
Degli studi sierologici condotti tra il personale nel corso di due epidemie indicano che
lesposizione alla pertosse è molto più frequente di quanto i tassi di attacchi
della patologia clinica indichino. La sieroprevalenza degli anticorpi agglutinanti della
pertosse correlata con il grado di contatto con i pazienti è risultato più alto tra il
personale dei reparti pediatrici (82%) e gli infermieri di corsia (71%), più basso tra
gli infermieri con mansioni amministrative (35%).
La prevenzione del contagio da pertosse in strutture sanitarie implica diagnosi e
trattamento precoce dei casi clinici, isolamento respiratorio dei pazienti ricoverati,
congedo per il personale contagiato, e profilassi post-esposizione. Una diagnosi precoce
della pertosse prima che si verifichi la trasmissione secondaria è difficile perché la
pertosse è altamente contagiosa nella fase catarrale, quando i sintomi non sono ancora
specifici. Dovrebbe essere questa una delle diagnosi differenziali per pazienti che
presentano una patologia con tosse acuta della durata come minimo di 7 giorni senza altre
cause evidenti, particolarmente se caratterizzata da parossismi di tosse , vomito
post-tosse , apnea e urlo carattteristico della pertosse.
Andrebbero adottate precauzioni con i pazienti ricoverati con pertosse sospetta o
accertata per prevenire la trasmissione o diffusione di secrezioni respiratorie tramite
contatto diretto o stretto. Tali precauzioni dovrebbero essere mantenute fino ad un
miglioramento clinico dei pazienti e ad un completamento di almeno 5 giorni di terapia
antimicrobica adeguata. Il personale che presenti sintomi come rinite, o tosse acuta dopo
unesposizione alla pertosse potrebbe essere infetto e dovrebbe essere posto in
congedo. (Ved. Altre Considerazioni nella Vaccinazione del Personale Sanitario -
Restrizioni di Servizio per Lavoratori non Immuni in Seguito ad Esposizione).
Esiste un vaccino acellulare della pertosse che risulta immunogenico negli adulti, ma non
aumenta il rischio di effetti negativi quando somministrato con i tossoidi della patologia
meningococcea del sierogruppo C(TD) in rapporto ai Td somministrati da soli. Sono state
pubblicate delle raccomandazioni per luso di tossoidi patologia meningococcea del
sierogruppo C brevettati e dei vaccini acellulari contro la pertosse (DTaP) a neonati e
bambini piccoli. Se i vaccini acellulari contro la pertosse saranno brevettati per
luso fra gli adulti in futuro si potranno consigliare dosi di richiamo per prevenire
linsorgenza e la diffusione della patologia fra gli adulti, personale sanitario
compreso. Tuttavia i vaccini contro la pertosse acellulare combinati con i tossoidi della
difterite e del tetano (DTaP) dovranno essere riformulati per luso fra gli adulti,
perché tutte le formulazioni per bambini contengono più tossoidi della difterite di
quanto sia consigliabile per individui a partire dai 7 anni di età. Serviranno più studi
( per es. Sullincidenza, gravità e costo della pertosse fra gli adulti, nonché
sullefficacia e la sicurezza delle formulazioni per adulti delle DTaP,
sullefficacia e sulla convenienza economica di una strategia di vaccinazione degli
adulti, personale sanitario in particolare) per formulare delle raccomandazioni sulla
vaccinazione di routine degli adulti.
Febbre tifoidea
Lincidenza della febbre tifoidea è stabilmente diminuita negli USA dal 19000 al
1960 ed è rimasta bassa. Nel periodo 1985-1994 il numero medio dei casi è stato di 441
lanno. Letà media delle persone affette da febbre tifoidea era di 24 anni. Il
53% erano maschi. Quasi i 3/4 dei pazienti contagiati dalla Salmonella Typhi aveva
effettuato viaggi allestero nei 30 girni precedenti allemergere dei sintomi.
Nello stesso periodo, sono stati registrati a casi di contagio in laboratorio tra
dipendenti di laboratori di microbiologia, dei quali solo uno era stato vaccinato.
La S. Typhi ed altri agenti patogeni enterici può essere trasmessa in ambiente
ospedaliero tramite le mani del personale contagiato. In genere ligiene personale,
in particolare lavarsi le mani dopo il contatto co i pazienti, riduce al minimo il rischio
di trasmissione di agenti patogeni enterici ai pazienti. Se il personale presenta diarrea
acuta accompagnata da febbre, crampi, o feci con tracce di sangue, attraverso le feci
espelle un gran numero di organismi infettivi. La trasmissione viene evitata allontanando
questi dipendenti dallassistenza ai pazienti fino a che la patologia non viene
diagnosticata e trattata.
Vaiolo
Lantivaiolosa è un agente immunizzante altamente efficace che ha permesso
lestirpazione totale del vaiolo. Nel 1976 la vaccinazione antivaiolosa di routine
del personale sanitario è stata interrotta. Più recentemente, lACIP ha
raccomandato luso i tale vaccino su personale di laboratorio esposto
allinfezione ortopoxvirus. Dal momento che gli studi sui vaccini contenenti il virus
ricombinante del vaiolo hanno raggiunto la fase delle prove cliniche, alcuni medici ed
infermieri possono essere ora esposti ai virus del vaiolo e del vaiolo ricombinante. La
vaccinazione anti-vaiolosa di queste persone dovrebbe essere presa in
considerazione in determinate circostanze ( per es. per personale a diretto contatto con
materiale di fasciatura o di altro tipo infetti).
Altre patologie prevenibili con
vaccinazione
Il personale sanitario non è a più alto rischio di difterite, tetano, e patologia
pneumococcea rispetto al resto della popolazione. LACIP consiglia la protezione di
tutti gli adulti contro la difterite ed il tetano e la vaccinazione pneumococcea di tutti
i soggetti a partire dai 65 anni e di individui più giovani che presentano determinate
condizione cliniche ( vedi Raccomandazioni).
Limmunizzazione di
personale immunocompromesso
Un medico deve valutare il grado di immunocompromissione di un singolo dipendente. Una
immunosoppressione grave può derivare da immunodeficienza congenita, infezione da HIV,
leucemia, linfoma, metastasi, terapia a base di agenti alchilanti, antimetaboliti,
radiazioni, o grandi quantità di corticosteroidi. Tutti i soggetti che presentano alcune
di queste caratteristiche risultano gravemente immunocompromessi, mentre in altre
condizioni (infezione da HIV) la progressione della malattia o la fase del trattamento
determinano il grado di immunocompromissione. Una valutazione di immunocompromissione
grave per un dipendente sanitario deve essere compiuta dal suo medico. I lavoratori
immunocompromessi ed i loro medici dovrebbero valutare il rischio di esposizione ad una
patologia prevenibile con vaccinazione ed i rischi e vantaggi che essa comporta.
Terapia a base di corticosteroidi
La quantità esatta di corticosteroidi assorbiti dal sistema e la durata della
somministrazione necessaria per sopprimere il sistema immunitario di una persona
altrimenti sana non sono ben definiti. La maggior parte degli esperti concorda sul fatto
che una terapia a base di steroidi non è una controindicazione nella somministrazione di
vaccini contenenti virus vivi come lMMR ed i vaccini che lo compongono quando la
terapia è: a) a breve termine (meno di 14 giorni) e a dosi moderate; b) a dosi moderate
somministrate giornalmente o a giorni alterni; c) a lungo termine, a giorni alterni, e con
preparazioni ad azione rapida; d) caratterizzata dal mantenimento delle dosi fisiologiche
( terapia sostitutiva); e) somministrata per via topica ( cute od occhi) , aerosol,
iniezione intra-articolare, bursale, tendinea. Benché gli effetti immunosoppressivi del
trattamento a base di steroidi varino, di solito una dose di steroidi equivalente a o
maggiore di una dose di prednisone da 20 mg al giorno risulta sufficientemente
immunosoppressiva da causare preoccupazione sulla sicurezza della somministrazione di
vaccini a base di virus vivi. I soggetti che hanno assunto corticosteroidi sistemici oltre
questa dose giornalmente o a giorni alterni, per un intervallo fino a 14 giorni,
dovrebbero evitare la vaccinazione MMR ed i vaccini che la compongono per almeno un mese
dalla cessazione della terapia a base di steroidi. Non dovrebbero essere vaccinati nemmeno
i soggetti sottoposti a terapia estesa o prolungata , tipica o aerosol o altro a base di
corticosteroidi , che dia prove di immunosoppressione in laboratorio. Chi assume dosi di
corticosterone dai 20 Mg in su, al giorno, o prednisone in un intervallo di tempo
inferiore a 14 giorni, in genere può essere vaccinato immediatamente dopo la cessazione
del trattamento, benché alcuni esperti preferiscano aspettare due settimane. I soggetti
affetti da patologie che di per sé sopprimono la risposta immunitaria e che assumono
corticosteroidi a livello locale o sistemico, in genere non andrebbero vaccinati né con
MMR o vaccini componenti, né con la vaccinazione antivaricella.
Soggetti affetti da HIV
In generale, la risposta immunologica ai vaccini dei soggetti HIV sintomatici risulta
inferiore a quella ottimale. Tale risposta ad antigeni sia vivi che morti può diminuire
con la progressione della patologia. In questo caso sarebbe da valutare una
somministrazione di alte dosi di vaccino o richiami più frequenti. Tuttavia, dato che non
sono stati valutati in modo sistematico né la risposta immunitaria iniziale a dosi più
alte di vaccino, né la persistenza di anticorpi dei soggetti HIV, alla data attuale non
si possono dare indicazioni.
I pochi studi sullimmunizzazione data dallMMR su soggetti HIV sintomatici e
non, che non presentavano segni di immunosoppressione grave non hanno evidenziato effetti
insoliti o gravi in seguito alla vaccinazione. I soggetti HIV sono a rischio maggiore di
gravi complicazioni se contagiati dal morbillo. Quindi, si raccomanda la vaccinazione MMR
per tutti i soggetti HIV asintomatici che non presentino segni di immunosoppressione
grave. Si consiglia anche la somministrazione dellMMR al personale affetto da HIV,
sintomatico ma senza segni di immunosoppressione grave. Tuttavia, lantimorbillosa si
sconsiglia ai soggetti HIV che presentano un immunosoppressione grave perché a) è
stato segnalato un caso di polmonite progressiva da morbillo dopo la somministrazione
dellMMR ad un soggetto affetto da AIDS e immunosoppressione grave, b)
lincidenza del morbillo negli USA è attualmente molto bassa, c) è stata registrata
una morbilità legata alla vaccinazione in individui gravemente immunocompromessi ma non
affetti da HIV, D) tra soggetti HIV gravemente immunocompromessi si verifica una ridotta
risposta degli anticorpi allantimorbillosa.
Raccomandazioni.
Le seguenti raccomandazioni sono divise in tre categorie, a seconda delle patologie:
- Quelle per cui si raccomanda limmunizzazione a causa di
rischi specifici per il personale sanitario ( epatite B, influenza, morbillo, rosolia e
varicella.
- Quelle per cui limmunizzazione attiva o passiva per il
personale sanitario può essere indicata in determinate circostanze ( TB, epatite A,
patologia meningococcea, febbre tifoidea e vaiolo) o in futuro (pertosse).
- Quelle per cui si raccomanda limmunizzazione di tutti gli
adulti ( tetano, difterite e patologia pneumococcea).
L immunizzazione è
fortemente raccomandata
LACIP raccomanda che tutto il personale sanitario sia vaccinato o abbia immunità
documentata contro lepatite B, linfluenza, il morbillo, la rosolia e la
varicella.
Epatite B
Tutto il personale a contatto con sangue liquidi organici contaminati con sangue, altri
liquidi od oggetti affilati dovrebbe essere vaccinato. Il vaccino contro lepatite B
dovrebbe essere sempre somministrato per via intramuscolare nel muscolo deltoide con un
ago lungo 1,5 pollici.
Tra il personale sanitario i rischi di esposizione percutanea e permucosa al sangue
variano nel corso del tirocinio e della carriera di ognuno, ma sono sempre più alti nella
fase del tirocinio. Perciò dovrebbe essere effettuata una vaccinazione durante il
tirocinio nelle facoltà di Medicina, Odontoiatria, nelle Scuole Infermieri, di tecnologia
di laboratorio e settori affini prima che i tirocinanti entrino a contatto con il sangue.
Inoltre, il Federal Standard dellOSHA prevede che il personale esposto a sangue o
altro materiale potenzialmente infetto riceva il vaccino anti-epatite B gratuitamente.
Non è indicato uno screening sierologico pre-vaccinazione per le persone che vengono
vaccinate a causa di rischi professionali, a meno che la struttura ospedaliera non
consideri lo screening economicamente vantaggioso. La profilassi post-esposizione con IG
dellepatite C (HBIG) (immunizzazione passiva) e/o il vaccino ( immunizzazione
attiva) dovrebbero essere utilizzati quando indicato ( per es. dopo unesposizione
percutanea o della membrana delle mucose a sangue positivo allHBs Ag. O sospetto
tale.
Lesposizione ad aghi di siringhe o altri esposizioni percutanee di persone non
vaccinate dovrebbero indurre allavvio del ciclo di vaccini anti-epatite B. La
profilassi post-esposizione andrebbe effettuata per esposizione percutanea, oculare o
permucosa a sangue sul luogo di lavoro ed è determinata dalle condizioni relative
allHBsAg della fonte e la vaccinazione ed alle condizioni di risposta al vaccino
della persona esposta.
Se la fonte di esposizione è positiva allHBsAg e la persona esposta non è
vaccinata, lHBIG andrebbe somministrato preferibilmente entro le 24 ore successive
allesposizione e andrebbe iniziato il ciclo di vaccini. Lefficacia
dellHBIG se somministrato più di 7 giorni dopo esposizioni percutanee o permucose
è ignota. Se la persona esposta ha unadeguata risposta degli anticorpi (a partire
da 10 MIU/ml) documentata dopo la vaccinazione, non sono necessarie analisi o trattamenti,
benché si possa somministrare una dose di richiamo.
I o 2 mesi dopo il termine del ciclo di tre dosi di vaccino, il personale a contatto con
pazienti o sangue ed a rischio costante di lesioni con strumenti affilati ed aghi dovrebbe
essere sottoposto al test degli anticorpi dellantigene di superficie
dellepatite B (anti-HBs). I soggetti con non rispondono alla serie primaria del
vaccino dovrebbero sottoporsi ad un secondo ciclo di vaccinazione a tre dosi o essere
sottoposti ad analisi per determinare se siano positivi allHBsAg. I soggetti
rivaccinati dovrebbero essere risottoposti ad analisi al termine del secondo ciclo di
vaccinazione. I soggetti che non rispondono al primo ciclo e che risultano negativi all
HBsAg dovrebbero essere considerati non immuni allinfezione HBV e dovrebbero essere
informati sulle precauzioni contro tale infezione e sulla necessità di una profilassi per
eventuali esposizioni parenterali a sangue infetto. Non si ritengono necessari richiami,
né si raccomandano analisi sierologiche per monitorare le concentrazioni di anticorpi
dopo il completamento della serie di vaccini.