Serie
“Le basi immunologiche dell’immunizzazione”
Global Programme for vaccines and immunization
Expanded Programme on Immunization
World Health Organization
MODULO
1: IMMUNOLOGIA GENERALE
Prefazione
Questa serie di moduli
sulle basi immunologiche dell’immunizzazione è nata dall’esperienza di persone
che lavorano per il programma EPI dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
L’EPI è stato istituito nel 1974 con l’obbiettivo di espandere i servizi di immunizzazione oltre il
vaiolo, con l’intento di fornire questi
servizi in particolare per i bambini dei paesi in via di sviluppo.
Inizialmente, sei
malattie prevenibili con le vaccinazioni sono state incluse nel programma EPI:
difterite, morbillo, pertosse, polio, tetano e tubercolosi. Per proteggere i
neonati contro il tetano neonatale, il tossoide tetanico viene somministrato
alla madre durante la gravidanza o prima della gravidanza durante l’età
fertile.
Durante gli anni 90,
altre due malattie prevenibili con le vaccinazioni sono diventate un obiettivo
dell’EPI. L’assemblea per la salute mondiale ha fissato l’obiettivo di
includere il vaccino anti-febbre gialla nell’EPI dal 1993 nei paesi dove questa
malattia rappresenta un rischio. Il vaccino dell’epatite B è stato aggiunto
gradualmente, con l’obiettivo di includerlo nel programma di immunizzazione di
tutti i paesi entro il 1997.
I titoli dei nove moduli
di questa serie sono elencati sul lato interno della copertina di questo
modulo. Essi sono stati predisposti per fornire informazioni sulle basi
immunologiche dei calendari di immunizzazione raccomandati dal WHO. Questo
lavoro è rivolto ai seguenti principali destinatari:
1- gli organizzatori dei
programmi di immunizzazione le cui domande hanno portato alla stesura di questa
serie;
2- i consulenti ed esperti
di attività di immunizzazione;
3- i docenti dei corsi
universitari sull’immunizzazione e gli organizzatori dei convegni;
4- studenti di medicina
e infermieri come parte del curriculum di base;
5- ricercatori di
laboratori che si occupano di diagnostica e di ricerca sullle malattie
prevenibili con le vaccinazioni,
6- scienziati
coinvolti nella ricerca di base per il miglioramento dei vaccini e della loro
diffusione.
Altri moduli di questa
serie e materiale addizionale sull’EPI sono disponibili presso l’Expanded
Programme on Immunization, World Health Organization, 1211 Geneva 27,
Switzerland.
IMMUNOLOGIA
GENERALE
1. Antigeni
che inducono immunità
1.1 Antigeni
e determinanti antigenici
L’immunità contro le
malattie infettive si sviluppa in risposta agli antigeni. Gli antigeni sono
definiti come molecole che sono riconosciute dal sistema immunitario e ne
inducono una risposta immunitaria. Un antigene stimola la produzione di
anticorpi e/o risposte immunitarie cellulari che reagiranno specificamente con
quell’antigene. La reazione tra l’antigene ed l’anticorpo è simile a quella tra
chiave e serratura. Essa è specifica e
gli anticorpi prodotti contro un antigene non reagiscono, o reagiscono poco,
con gli altri antigeni.
L’antigene può essere
una sostanza solubile prodotta da un microorganismo (per esempio, una tossina o
la sua forma detossificata o tossoide (figura 1) o una sostanza presente su un
batterio, virus, sulla superficie di un’altra cellula o della parete
cellulare). La maggior parte degli antigeni sono proteine, ma alcuni sono
polisaccaridi di capsule batteriche, o glicolipidi.
La parte dell’antigene a
cui si lega l’anticorpo è chiamata determinante antigenico, sito antigenico o
epitopo. Gli antigeni di solito contengono molti determinanti che possono
essere diversi tra loro oppure possono essere strutture molecolari ripetute.
Un microorganismo
contiene molti antigeni diversi. Protozoi, funghi, e batteri contengono
centinaia di migliaia di antigeni. I virus contengono da tre (poliomavirus) a
più di cento antigeni (herpesvirus e poxvirus). Durante l’infezione si
sviluppano risposte immuni a molti di
questi antigeni. La resistenza all’infezione, comunque, dipende principalmente
dalla risposta immunitaria ad un più ristretto numero di antigeni sulla superficie
del microorganismo. Antigeni di superficie rilevanti sono stati isolati e
caratterizzati per alcuni virus. Gli antigeni che inducono la resistenza a
batteri, funghi e protozoi sono meno conosciuti. E’ chiaro, comunque, che i
vaccini batterici uccisi disponibili inducono anche un certo numero di risposte
immunitarie irrilevanti (Mims 1982). Il vaccino cellulare della pertosse, per
esempio, contiene molte componenti, come i lipopolisaccaridi, la tossina
termolabile, la citotossina tracheale, che, nonostante siano antigenicamente
attivi, non sono importanti nella induzione dell’immunità anti-pertosse (vedi
Modulo 4).
1.2 Antigeni
T-dipendenti e T-indipendenti
Ci sono due gruppi di
antigeni: quelli T-dipendenti e quelli T-indipendenti. Gli antigeni che necessitano
dell’intervento dei linfociti T (vedi sezione 3.2) per attivare i linfociti B a
produrre anticorpi, sono detti antigeni T-dipendenti. La maggior parte degli
antigeni proteici è compresa in questa categoria. Gli antigeni T-indipendenti
sono in grado di stimolare direttamente i linfociti B a produrre anticorpi
senza l’aiuto dei linfociti T. Generalmente sono grandi composti con subunità
multiple ripetitive come ad esempio i polisaccaridi capsulari batterici di
Neisseria meningitidis, Haemophilus influenzae di tipo b, o gli Streptococchi
di gruppo b.
Gli antigeni
T-indipendenti sono immunogeni deboli nei bambini sotto i due anni.
L’immunogenicità degli antigeni T-indipendenti aumenta quando sono trasformati
in antigeni T-dipendenti coniugando l’antigene con una proteina “carrier”.
Questo fenomeno è sfruttato per preparare vaccini coniugati, come per esempio
il vaccino contro l’ H. influenzae b, in cui il polisaccaride rilevante
(T-indipendente) è coniugato con il tossoide difterico, o tetanico o con un’altra
proteina carrier (T-dipendente).
2. I vaccini usati nell’
EPI
2.1 Natura
dei vaccini EPI
I vaccini EPI contengono
preparati di molti tipi diversi (tabella 1).
I tossoidi difterico e
tetanico sono tossine proteiche che hanno perso la loro tossicità attraverso
processi di detossificazione con la formaldeide (figura 1). I tossoidi da soli
sono immunogeni relativamente deboli e nella pratica sono usati nella forma
adsorbita ad adiuvanti (sostanze che
aumentano in maniera considerevole il potere immunogeno degli antigeni). Per il
tossoide difterico e tetanico gli adiuvanti comunemente usati sono i sali di
alluminio.
I vaccini contro la
pertosse disponibili contengono batteri uccisi interi di Bordetella pertussis e
sono di solito usati come componenti del vaccino contro difterite-tetano e
pertosse (DPT). La componente pertosse del vaccino DTP ha anche un effetto
adiuvante per i tossoidi tetanico e difterico. Le prospettive per un vaccino
acellulare perfezionato contenente antigeni protettivi isolati sono discusse
nel Modulo 4.
Il vaccino inattivato
contro l’epatite B (HB) contiene l’ antigene di superficie (HBsAg) derivato dal
plasma di portatori di HBsAg o prodotto con la tecnica del DNA ricombinante.
Tutti i vaccini uccisi
contengono un conservante che è di solito mertiolato (thimerosal), un composto
contenente mercurio in concentrazione inferiore a 0,1 mg/ml.
Altri vaccini sono vivi
attenuati. Il vaccino con il bacillo di Calmette e Guerin (BCG) contiene
batteri BCG vivi in una forma attenuata del Mycobacterium bovis (vedi Modulo
5). Il vaccino BCG non contiene conservanti e dopo ricostituzione può essere
facilmente contaminato. Dovrebbe quindi essere usato velocemente durante una
seduta di immunizzazione.
Il vaccino contro il
morbillo contiene virus vivo di uno dei vari ceppi di virus attenuato (Schwarz,
Edmonston-Zagreb, Moraten, L-16, CAM-70, AIK-C). Questi ceppi vengono attenuati
in modi diversi, ma tutti inducono anticorpi anti-morbillo simili. Il vaccino
contro il morbillo contiene di solito una piccola quantità di antibiotico
(neomicina, polimixina, kanamicina ma mai penicillina) come conservante.
Il vaccino antipolio
trivalente orale (OPV) è dato da una miscela di tre tipi diversi di poliovirus
attenuati (tipi 1,2,3). Un idoneo rapporto fra i diversi tipi di poliovirus è
essenziale per assicurare l’induzione di immunoglobuline contro i tre tipi
(vedi Modulo 6). L’OPV è stabilizzato con cloruro di magnesio o sucrosio.
Il vaccino anti febbre
gialla è vivo attenuato e prodotto in embrioni di pollo dal ceppo di virus
selvaggio 17D della febbre gialla (vedi Modulo 8). Ci sono differenze
importanti tra i vaccini uccisi e vivi. La quantità di antigene presente in un
vaccino ucciso è un parametro importante per la sua efficacia. I vaccini uccisi
devono essere somministrati in dosi ripetute per garantire una risposta
immunitaria adeguata. I microorganismi nei vaccini vivi, d’altro canto, si
moltiplicano nell’ospite dopo l’immunizzazione. La quantità di antigene nei
vaccini vivi è piccola ma viene aumentata molte migliaia di volte in seguito
alla moltiplicazione del microorganismo nel ricevente, se ci sono le condizioni
favorevoli per tale crescita.
In alcuni paesi vengono
usati altri vaccini (non inclusi nella tabella 1). Essi comprendono il vaccino
polisaccaridico contro il meningococco e il vaccino contro l’encefalite
giapponese.
2.2 Stabilità
dei vaccini EPI
In molte situazioni, i
vaccini non vengono adeguatamente conservati e trasportati, e spesso ci si
chiede cosa fare con le riserve di vaccini che sono stati esposti a elevate
temperature per diversi periodi. Sfortunatamente non c’è un metodo efficace ed
economico che possa essere usato per valutare se un vaccino esposto a
temperatura ambiente possa avere ancora quella minima potenza richiesta. Questo
può essere determinato solo in laboratorio usando metodi costosi, che
forniscono risultati dopo parecchi mesi. Questi test sono giustificati solo
quando un grande numero di dosi (10.000 o più) è stato esposto a temperature
elevate. Norme specifiche che indicano quando ordinare il test di potenza per vaccini
esposti al calore e come inviare i vaccini per questi test sono contenute in un
modulo di formazione EPI intitolato “Gestire la catena del freddo” (documento
WHO\EPI\MLM\91.5).
Sono stati messi a punto
indicatori termici per singole fiale. E’ stato annunciato che verranno
introdotti dai produttori dal 1993. Tali indicatori, collocati su singoli
contenitori dei vaccini, cambiano colore quando vengono esposti a una
determinata temperatura per un certo periodo di tempo. Il cambiamento di colore
mostra agli operatori sanitari che una data ampolla o fiala è stata esposta a
temperatura elevata e potenzialmente dannosa.
Le informazioni sulla
stabilità di un vaccino, ed in particolare sulla velocità di perdita della potenza ad una certa temperatura,
possono essere utili per decidere se esso debba essere usato, inviato per i
test, oppure distrutto.
I dati sulla stabilità
dei vaccini sono stati aggiornati di recente (Galazka 1989). La tabella 2
riassume i dati sulla stabilità dei vaccini EPI a diverse temperature di
conservazione. La stabilità dei vaccini varia in maniera considerevole.
Basandosi sulla loro risposta alla conservazione a 37°C, possono essere
classificati come vaccini con una stabilità relativamente elevata (tossoide
difterico, tetanico e vaccino dell’epatite B), o relativamente bassa (OPV,
vaccino BCG ricostituito, vaccino del morbillo ricostituito e contro la febbre
gialla ricostituito). Si sta progredendo per migliorare la stabilità del
vaccino OPV. I vaccini nella forma liofilizzata hanno una stabilità moderata o
elevata, ma dopo la loro ricostituzione diventano instabili. Alcuni vaccini,
come il tossoide tetanico o il vaccino dell’epatite B, possono tollerare per
lunghi periodi di tempo esposizioni al calore senza una significativa perdita
di potenza. Questa caratteristica potrebbe essere importante in futuro per
l’uso dei vaccini in quei sistemi fuori portata per immunizzare bambini o donne
nelle aree dove la catena del freddo non può essere mantenuta. Si stanno
pianificando studi per esaminare il possibile uso del vaccino dell’epatite B e
del tossoide tetanico in assenza di refrigerazione in situazioni particolari.
Ogni esposizione di un
vaccino ad alte temperature comporta una parziale degradazione, anche se la
potenza residua supera comunque quella considerata essere la minima
immunizzante. Inoltre, ogni esposizione a temperatura ambiente ha un effetto
cumulativo sulla riduzione della potenza del vaccino. Le raccomandazioni
attuali indicano che tutti i vaccini EPI dovrebbero essere conservati di
routine alle temperature raccomandate dai produttori e dall’EPI nazionale.
2.3 Utilizzo dei vaccini
dell’EPI
Il principio di base che
guida l’utilizzo dei vaccini dell’EPI è che la protezione contro le malattie
dell’EPI dovrebbe essere raggiunta prima del periodo in cui i bambini diventano
a rischio per queste malattie. Per i Paesi in cui la pertosse, la poliomielite
ed il morbillo pongono seri problemi per la salute dei bambini molto piccoli,
l’EPI raccomanda la schedula di immunizzazione illustrata nella tabella 3.
Nei Paesi dove il tetano
neonatale è una causa importante di mortalità infantile, viene raccomandata
l’immunizzazione delle donne in età fertile e specialmente delle gravide.
Le ragioni per iniziare
l’immunizzazione ad una particolare età, il numero delle dosi e gli intervalli
tra le dosi nelle schedule raccomandate sono presentate nei moduli specifici
per le malattie di questa serie. I moduli discutono anche schedule alternative
di immunizzazione.
I risultati degli studi
disponibili sono indicativi di benefici derivanti dall’uso simultaneo di alcuni
vaccini (per esempio somministrati simultaneamente in sedi diverse) o dall’uso
di vaccini combinati (per esempio una combinazione predisposta come il vaccino
trivalente OPV o DTP). La somministrazione contemporanea di diversi vaccini
semplifica l’immunizzazione di routine nell’infanzia e riduce il numero dei contatti (sedute). Tutti i vaccini
dell’EPI possono essere somministrati contemporaneamente (Galazka 1991) ed è
una pratica comune somministrare il vaccino DTP e l’OPV nella stessa seduta. Il
vaccino BCG è compatibile con il DTP, l’OPV ed il vaccino antimorbillo.
Il vaccino anti epatite
B (HB) è compatibile con i vaccini dell’infanzia e viene usato in parecchi
programmi di immunizzazione integrati simultaneamente con altri vaccini
dell’EPI. Le schedule di immunizzazione dovrebbero essere preparate in modo da
prevedere la prima dose del vaccino HB il più presto possibile, compatibilmente
con l’epidemiologia della malattia e nell’ambito delle possibilità del sistema
di distribuzione del vaccino (vedi modulo 9). Tre dosi sono considerate un
ciclo primario. Dove la trasmissione perinatale del virus HB è comune, la prima
dose dovrebbe essere somministrata al più presto possibile dopo la nascita, la
seconda entro due mesi e la terza entro il primo anno (tabella 3, schema A). Se
la trasmissione precoce non è un problema, la prima dose del vaccino HB può
essere somministrata a sei settimane (o più tardi) con la prima dose del
vaccino DPT e le successive dosi di HB possono essere somministrate
simultaneamente con ogni dose di vaccino DPT o morbillo (tabella 3, schema B).
In ogni caso, la seconda e la terza dose di vaccino HB dovrebbero essere
programmate in coincidenza con le visite richieste per le altre immunizzazioni
infantili.
L’EPI raccomanda che i
paesi a rischio per febbre gialla debbano includere il vaccino anti-febbre
gialla nelle attività routinarie del programma nazionale di immunizzazione. Il
vaccino anti-febbre gialla può essere somministrato all’età di sei mesi o con
il vaccino anti morbillo a nove mesi. La maggior parte dei paesi africani che
hanno incluso il vaccino anti-febbre gialla nel loro programma EPI lo
somministrano a nove mesi in occasione della visita per il vaccino
anti-morbillo.
Non è raccomandato
mescolare i vaccini nella siringa prima dell’iniezione (per esempio usando il
vaccino DPT come diluente per il vaccino anti-morbillo) poiché la presenza di
conservanti o stabilizzanti in un vaccino può interferire con l’attività di
altri vaccini (Galazka 1991).
Per i programmi di
immunizzazione di routine è prioritario assicurare che i bambini siano
completamente vaccinati contro le malattie target con un’immunizzazione
primaria appropriata alla minore età possibile. I programmi di immunizzazione
che prevedono schedule che includono dosi aggiuntive di vaccino dovrebbero
valutare l’assetto epidemiologico delle malattie target nel loro paese. Le
risorse addizionali richieste e qualsiasi potenziale impatto negativo nel
sostenere un’elevata copertura nei bambini dovrebbero essere preventivamente
valutate per migliorare tali schedule.
3. Tipi
di immunizzazione
I meccanismi di difesa
dell’organismo sono complessi. Nonostante il continuo contatto microbico
dall’ambiente, l’organismo previene le infezioni con una serie di meccanismi
non-specifici e specifici che operano singolarmente o insieme (figura 2).
3.1 Meccanismi
di difesa non-specifici
I meccanismi di difesa
non-specifici sono presenti in tutti gli individui normali. Sono efficaci dalla
nascita e funzionano senza richiedere una esposizione preliminare ad un
microorganismo o ai suoi antigeni. Includono le barriere fisiche (per esempio
la cute e le membrane mucose integre), le barriere chimiche (per esempio
l’acidità gastrica, gli enzimi digestivi, gli acidi grassi batteriostatici
della cute), le cellule fagocitarie e il sistema del complemento. Il sistema
del complemento include diversi enzimi e consiste in almeno 19 diverse proteine
sieriche. Il complemento gioca un ruolo primario nell’iniziare la risposta
infiammatoria, rimuovere gli immunocomplessi e modulare la produzione delle
immunoglobuline, opsonizzare i patogeni microbici (vedi sezione 4.1.2), e
uccidere certi batteri gram-negativi.
3.2 Immunita’ specifica
Contrariamente
ai meccanismi di difesa non-specifici, i sistemi di difesa immunitaria
specifici non sono pienamente efficaci alla nascita e richiedono tempo per
svilupparsi dopo l’esposizione all’agente infettante o ai suoi antigeni. L’immunità
specifica può essere acquisita naturalmente con l’infezione o artificialmente
con l’immunizzazione. L’immunità specifica è divisa nelle due componenti
cellulo-mediata e anticorpo-mediata. Le reazioni dovute all’azione degli
anticorpi sono dette di immunità umorale. Il più diretto indicatore
dell’immunità è l’anticorpo, dal momento che le immunoglobuline sono i prodotti
meglio conosciuti del sistema immunitario. L’immunità anticorpo-mediata è
dipendente dai linfociti B (o cellule B), e dalle plasmacellule, loro dirette
discendenti. Le plasmacellule producono immunoglobuline (anticorpi). Quando una
cellula B incontra un antigene, riconosciuto dagli anticorpi espressi sulla sua
superficie, essa è stimolata a proliferare. Questo porta ad un’espansione del
numero dei linfociti in grado di secernere immunoglobuline contro
quell’antigene. La replicazione e la differenziazione dei linfociti B in
plasmacellule è regolata dal contatto con l’antigene e dalle interazioni con le
cellule T, i macrofagi ed il complemento.
I
linfociti B si sviluppano nel fegato fetale e successivamente nel midollo
osseo. Il nome “cellule B” deriva dalla borsa di Fabrizio, un organo
specializzato negli uccelli che funziona come sede per lo sviluppo di tali
cellule. I mammiferi non possiedono tale organo. Approssimativamente il 10% dei
linfociti circolanti sono cellule B; la maggior parte dei linfociti B e quasi
tutte le plasmacellule risiedono negli organi linfoidi periferici, come la
milza, i linfonodi, le tonsille e l’appendice.
L’immunità
cellulo-mediata è conferita dai linfociti T e dovuta all’azione di linfociti e
macrofagi. Essa coinvolge la funzione dei linfociti T (cellule T) di vari tipi
e i loro prodotti solubili, le linfochine (interleuchine) che funzionano come segnali per la comunicazione tra differenti
tipi di cellule coinvolte nella risposta immunitaria. Queste due componenti
dell’immunità specifica sono strettamente collegate. Le cellule T interagiscono
con le B nella produzione di anticorpi contro la maggior parte degli antigeni.
Anticorpi specifici e immunità cellulo-mediata sono indotti in tutte le
infezioni, ma l’entità e la qualità di queste due componenti varia nelle
diverse infezioni.
Immunità
anticorpo-mediata
4.1
Le immunoglobuline
4.1.1
Classi di immunoglobuline
Gli anticorpi fanno
parte di una famiglia di proteine globulari chiamate immunoglobuline (Ig). Sono
state identificate 5 classi di Ig (IgG, IgM, IgA, IgD e IgE), in base a
differenze strutturali nella composizione delle loro catene pesanti. Alcune
classi di Ig comprendono sottoclassi. Per esempio le IgG hanno 4 sottoclassi:
IgG1, IgG2, IgG3 e IgG4 che mostrano differenze nelle catene pesanti. Ogni
sottoclasse di IgG ha distinte proprietà chimico-fisiche e biologiche. Per
esempio, le IgG1 e IgG3 attivano il complemento, mentre le IgG4 non possiedono
questa capacità. Le risposte anticorpali alla maggior parte degli antigeni
proteici si riscontrano principalmente nella sottoclasse IgG1, benchè quantità
significative di anticorpi antivirali si trovino anche nelle IgG3. Piccole
quantità di anticorpi contro proteine appartengono anche alle IgG4.
Ci sono due sottoclassi
di IgA: le IgA1 sono la forma predominante nel siero (90% del totale), le IgA2
nelle secrezioni (60% del totale).
Le più abbondanti
immunoglobuline sono le IgG, le IgM e le IgA. Gli anticorpi IgE hanno un ruolo
di grande importanza nelle reazioni allergiche, mentre il ruolo delle IgD non è
ancora compreso pienamente.
4.1.2
Struttura di base delle immunoglobuline
Ogni classe di Ig ha una
struttura di base simile, formata da due catene peptidiche più lunghe, chiamate
“pesanti” o H (heavy), legate da ponti disolfuro ad altre due catene più corte,
dette “leggere” o L (light) (figura 3). Le catene pesanti sono di 5 tipi che
determinano la classe anticorpale. Le catene leggere sono di due tipi
principali (k e λ).
Le IgG sono monomeri con
4 catene. Le IgM sono pentameri composti da cinque unità di base singole più
un’ulteriore catena di legame, detta J o joining chain. Di conseguenza, il peso
molecolare delle IgM è circa sei volte maggiore di quello delle IgG. Le IgA
esistono in due forme, una nel siero e una nelle secrezioni. Le IgA sieriche
sono monomeri con una singola unità. Le IgA secretorie (sIgA) sono dimeriche,
composte da due unità più la catena J e la componente secretoria (figura 3).
Le immunoglobuline
possono essere scisse in frammenti attivi grazie alla digestione enzimatica. Il
frammento principale, F(ab’)2,
è la “testa” della struttura a forma di Y ed è composto da due frammenti Fab. Viene usata la sigla Fab (antigen binding) per
indicare ché è il frammento che lega l’antigene. Ogni frammento Fab ha un sito di legame,
quindi sulla molecola di IgG ci sono due siti di legame. Le IgM hanno 10 siti
di legame (2x5). Il frammento Fc
(la “gamba” della struttura a forma di Y) non ha siti che reagiscono con
l‘antigene, ma conferisce alla molecola alcune attività biologiche, che
includono la capacità di attivare il complemento e di combinarsi con i
recettori sui macrofagi. Queste proprietà sono importanti per l’attività
opsonizzante. I microorganismi invasivi vengono ricoperti da anticorpi
specifici, le opsonine, che rendono i microorganismi più facilmente attaccabili
dai macrofagi. I macrofagi inglobano i microorganismi ricoperti di anticorpi
con il processo della fagocitosi. Il frammento Fc è anche responsabile del trasporto delle IgG
attraverso la placenta.
4.1.3 Funzioni
delle immunoglobuline
La funzione principale
delle Ig è di agire da anticorpi. Questa è svolta dalla porzione legante
l’antigene Fab della
molecola.
La dimensione di una
molecola di immunoglobuline è uno dei fattori determinanti la distribuzione nei
tessuti. Le IgG sono le immunoglobuline circolanti più rappresentate e
costituiscono circa l’80% del pool
totale delle immunoglobuline. Le IgG sono presenti anche a livello tissutale.
Passano facilmente attraverso la placenta (tabella 4). Le IgG sono responsabili
della neutralizzazione di virus e tossine batteriche, favorendo la fagocitosi,
e lisando (distruggendo) i batteri.
Le IgM, le Ig di maggiori
dimensioni, sono principalmente confinate nel circolo sanguigno e passano meno
facilmente attraverso le pareti dei capillari. Le IgM non passano la placenta.
Con il loro sito combinatorio per l’antigene decavalente, le IgM hanno una
elevata affinità, cioè una grande capacità di legare saldamente l’antigene. Le
IgM sono particolarmente efficaci nella lisi dei microorganismi mediata dal
complemento.
Le IgA sono la seconda
classe di Ig più abbondante nel siero. Le IgA sono le immunoglobuline
predominanti nelle secrezioni dei tratti gastrointestinale e respiratorio, come
anche nel colostro e nel latte materno. Le IgA sono preposte all’immunità
locale mucosale contro i virus e limitano la crescita batterica sulla
superficie delle mucose. Le IgA sono anche attive nel tratto gastrointestinale
e mostrano una maggior resistenza agli enzimi proteolitici rispetto alle altre
classi di anticorpi.
4.1.4
Trasferimento placentare delle immunoglobuline
Le IgG materne (ma non
le IgA o le IgM) sono trasportate attraverso la placenta dalla sedicesima
settimana circa in poi. Si tratta di un trasporto passivo, che aumenta
progressivamente durante la gestazione ed è proporzionale alla concentrazione
delle IgG materne. Si verifica anche un trasporto attivo, che tende a
normalizzare la concentrazione di IgG neonatale, suggerendo che bassi livelli
di anticorpi materni ne stimolino il trasporto, mentre alti livelli lo
inibiscano. Nel feto a termine, i livelli di IgG nel cordone ombelicale possono
essere uguali o anche più alti rispetto ai livelli materni. I neonati prematuri
hanno più bassi livelli di IgG rispetto a quelli nati a termine. Le IgG
acquisite passivamente sono responsabili della protezione del neonato e del
bambino nei primi mesi di vita dalle malattie virali e batteriche.
Il trasferimento di IgG
dalla madre al feto attraverso la placenta fornisce al neonato una parte della
esperienza immunologica della madre. Questa esperienza è diversa nelle aree
dove c’è un’ alta circolazione di agenti infettivi nella popolazione e gli adulti
sono naturalmente immuni, rispetto alle aree in cui la circolazione degli
agenti infettanti è limitata e gli adulti hanno bassi livelli di immunità. Nei
paesi in via di sviluppo, il trasferimento passivo avviene per gli anticorpi
contro la difterite, il morbillo, la poliomielite e la rosolia. Inoltre, gli
anticorpi contro il tetano indotti nella madre attraverso l’immunizzazione con
il tossoide tetanico, passano facilmente attraverso la placenta proteggendo il
neonato dal tetano (vedi modulo 3). Nei paesi sviluppati, dove le donne in età
fertile possono avere bassi livelli di anticorpi contro la poliomielite e la
difterite, il trasferimento di questi ultimi è più limitato. Se gli anticorpi
materni protettivi non sono di tipo IgG, come avviene di solito per i patogeni
Gram- quali Escherichia Coli e Salmonella, il feto non riceve gli anticorpi
dalla madre ed il neonato non è protetto passivamente da queste infezioni.
4.1.5 Sviluppo
normale delle immunoglobuline sieriche
La sintesi di
immunoglobuline inizia prima della nascita. E’ stato dimostrato che le IgM sono
presenti a 10 settimane, le IgG a 12 settimane, le IgA a 30 settimane di gestazione. La quota
maggiore di anticorpi sintetizzati dal feto è rappresentata dalle IgM.
Tuttavia, il feto cresce in un ambiente sterile e la produzione di
immunoglobuline dal feto sano è estremamente limitata prima della nascita. In
alcuni feti la sintesi di immunoglobuline può essere ritardata o assente.
Durante il primo anno di
vita, i livelli di immunoglobuline aumentano rapidamente sotto l’influenza del
carico antigenico ambientale (infezioni) e attraverso le vaccinazioni (figura
4). Ad un anno di vita, i valori delle concentrazioni di IgG, IgM, IgA sono
rispettivamente il 60%, 100% e 30% di quelle dell’adulto.
Il neonato è in grado di
rispondere a diversi antigeni, ma ad un numero inferiore e con minore intensità
rispetto all’adulto. La risposta agli antigeni polisaccaridici è scarsa o
assente. La relativa inefficienza nelle risposte umorali del feto e del neonato
riflette sia l’immaturità delle cellule B producenti anticorpi e delle
plasmacellule, sia la scarsa cooperazione tra le cellule B e T.
Anticorpi trasferiti
passivamente, specialmente se ad alti livelli, possono sopprimere
transitoriamente la risposta del bambino a specifici antigeni. Questo fenomeno
ha influenzato il calendario di alcune vaccinazioni. La vaccinazione contro il
morbillo, per esempio, è stata posposta ai nove mesi di età, quando gli
anticorpi trasferiti per via placentare hanno raggiunto basse concentrazioni
(vedi modulo 7). Alti livelli di anticorpi acquisiti passivamente contro la
difterite, il tetano, la pertosse possono inibire la risposta a tutte le
componenti del vaccino DTP durante la prima settimana di vita. Questo è il
motivo per cui la somministrazione della prima dose del vaccino DTP è ritardata
alla sesta settimana. Questo effetto inibitorio è transitorio e diminuisce
somministrando le dosi successive del vaccino DTP (vedi moduli 2, 3 e4).
I bambini nati
prematuramente e quelli piccoli per età gestazionale rispondono altrettanto
adeguatamente all’immunizzazione, quanto i bambini nati a termine della stessa
età cronologica.
4.2 Misurazione
dell’attività anticorpale - test sierologici
4.2.1
Quando sono utili gli studi sierologici ?
Poiché è piuttosto
facile valutare l’immunità misurando gli anticorpi circolanti, c’è una tendenza
ad identificare gli anticorpi con l’immunità. Tuttavia, i livelli anticorpali
non riflettono l’immunità complessiva dell’organismo (Ipsen,1961). La presenza
di anticorpi sierici non significa sempre che l’immunità è presente, ma indica
solo che l’individuo ha avuto un incontro precedente con il microorganismo.
Inoltre, per la maggior parte delle malattie EPI il livello anticorpale
considerato protettivo è definito piuttosto arbitrariamente o è basato su
modelli artificiali di laboratorio (vedi modulo 3). Il livello di protezione
dipende non solo dalla quantità di anticorpi dosati, ma anche dalla loro
affinità (vedi sezione 4.3.3), dalle loro classi e sottoclassi e dalla loro
capacità di fissare il complemento - proprietà che non vengono misurate nei
test di routine. La concentrazione di anticorpi presente in un individuo non
riflette il grado di sensibilizzazione per una risposta anamnestica dopo una
successiva esposizione al microorganismo.
In definitiva, le
tecniche sierologiche attualmente disponibili non possono distinguere tra gli
anticorpi indotti dal contatto con i microorganismi circolanti o le loro
tossine (immunità naturale) e gli anticorpi indotti dall’immunizzazione. Tutti
questi fattori danno ai metodi sierologici un valore limitato nel monitoraggio
di routine dei programmi di immunizzazione nei paesi in via di sviluppo. Altri
metodi, come la misura della copertura vaccinale, o le diverse tecniche di
sorveglianza delle malattie bersaglio, possono essere più utili a questo scopo.
D’altro canto, le
tecniche sierologiche possono essere molto utili per rispondere a quesiti ben
definiti sull’epidemiologia delle malattie bersaglio o sull’efficacia dei
programmi di immunizzazione. Esse sono state usate con successo per valutare la
sieroconversione dopo la somministrazione di vari vaccini contro il morbillo in
diversi gruppi d’età (vedi modulo 7), per determinare il titolo anticorpale
derivante dai diversi vaccini e calendari di immunizzazione contro la
poliomielite (modulo 6) e il tetano (modulo 3), per valutare lo stato
immunitario contro la difterite nei diversi gruppi d’età nelle aree dove il
Corinebacterium difteriae è ridotto (modulo 2), per verificare il tasso di
riduzione degli anticorpi acquisiti passivamente, e per studiare la durata
dell’immunità indotta da vaccino contro le diverse malattie bersaglio.
4.2.2
Metodi per misurare gli anticorpi anti-virali
Gli anticorpi antivirus
possono essere misurati con il test di neutralizzazione in coltura tissutale,
con il test di inibizione dell’emoagglutinazione (HI) e con il saggio
immunoenzimatico (ELISA).
Il test di
neutralizzazione sfrutta la proprietà dei virus di propagarsi e produrre
cambiamenti morfologici degenerativi (effetto citopatico) in una coltura di
cellule suscettibili. Se nel campione è
presente l’anticorpo, il virus verrà neutralizzato e inattivato e non potrà
produrre effetto citopatico. Sebbene gli anticorpi neutralizzanti siano gli
anticorpi più importanti per la risoluzione dell’infezione e lo stabilirsi
dell’immunità, i test di neutralizzazione non sono usati di routine per i loro
costi elevati ed il tempo necessario per l’esecuzione.
Alcuni virus hanno
proprietà emoagglutinanti, cioè i virus sono in grado di legare gli eritrociti
e formare un reticolo di globuli rossi agglutinati sul fondo della provetta o
del pozzetto. Il blocco selettivo dell’emoadsorbimento da parte degli anticorpi
è la base del test di inibizione dell’emagglutinazione comunemente usato ( vedi
modulo 7). Nel test ELISA indiretto, gli anticorpi nella soluzione possono
reagire e formare un complesso con l’antigene, un virus o un antigene virale
che è stato passivamente adsorbito sulla superficie dei pozzetti di una
micropiastra di polistirene o su biglie di plastica. Un anticorpo marcato con
un enzima diretto contro un anticorpo umano (di solito anti-IgG) è poi
attaccato dal complesso antigene-anticorpo. L’entità del legame del marcatore
alla fase solida indica la quantità di anticorpo nel campione e può essere
misurata dal grado di degradazione di un idoneo substrato enzimatico. Di
solito, il substrato è scelto in modo tale che il risultato finale sia un
cambiamento di colore che può essere misurato visivamente o fotometricamente.
4.2.3 Metodi di
misurazione degli anticorpi contro antigeni batterici
Gli anticorpi
antibatterici sono misurati da due principali tipi di test: i test di
neutralizzazione in vivo e le tecniche in vitro.
Le diverse proprietà
delle tossine batteriche sono usate per i test di neutralizzazione in vivo. Le
proprietà dermonecrotiche della tossina difterica sono usate per dimostrare la
presenza di anticorpi neutralizzanti anti-difterite sulla cute di cavie o
conigli. Un’alternativa è il test di Schick sulla cute umana. La tossina
tetanica non ha effetto dermonecrotico e la proporzione di topi che
sopravvivono dopo l’iniezione di una miscela di tossina e campione è usata per
misurare gli anticorpi neutralizzanti (vedi modulo 3).
I test di
neutralizzazione in vivo sono sensibili e mostrano la capacità funzionale degli
anticorpi - la neutralizzazione della tossina - e non solo una reazione tra
sistemi antigene-anticorpo rilevante e non, come avviene nel caso dei test in
vitro. I test in vivo sono tuttavia laboriosi, costosi, richiedono personale
esperto, impiegano un gran numero di animali costosi, e necessitano di una
quantità relativamente elevata di siero per la determinazione di basse
concentrazioni di anticorpi.
Anticorpi neutralizzanti
anti-difterite possono essere testati anche in vitro su colture cellulari (vedi
modulo 2). Anticorpi neutralizzanti la tossina della pertosse possono essere
misurati in colture in micropiastra di cellule ovariche di hamster cinese (vedi
modulo 4).
Molti altri test in
vitro sono usati per misurare gli anticorpi batterici. I più comuni sono:
l’emoagglutinazione passiva (HA), e l’ELISA per gli anticorpi contro la
difterite, il tetano e la pertosse e l’agglutinazione batterica per le
agglutinine della pertosse. In generale questi test sono semplici, sensibili,
rapidi (per esempio i risultati di un test di emoagglutinazione passiva per il
tetano possono essere ottenuti in un’ora) e poco costosi. D’altro canto i test
in vitro sono meno specifici dei test di neutralizzazione in vivo, che sono più
sensibili per la ricerca delle IgM rispetto a quella di IgG, particolarmente
nella fase precoce della risposta primaria all’immunizzazione o all’infezione.
Pertanto, i risultati delle tecniche in vitro dovrebbero essere interpretati
attentamente e verificati confrontandoli con i test di neutralizzazione in
vivo.
I dettagli sulle singole
tecniche sono trattati nei moduli attinenti le singole malattie.
4.3 La risposta
immunitaria
4.3.1 Risposta
classe-specifica
L’immunizzazione e
l’infezione naturale inducono la produzione di anticorpi di classe IgG, M ed A.
Durante l’infezione acuta gli anticorpi IgM di solito compaiono entro i primi
giorni dopo l’inizio dei sintomi e raggiungono il picco di concentrazione tra
il settimo ed il decimo giorno. Le IgM gradualmente declinano a livelli non
misurabili durante i successivi mesi con la risoluzione dell’infezione.
Pertanto la presenza di IgM nel siero
indica un’infezione in corso o recente, benché vi siano eccezioni a questa
regola.
Nell’ infezione naturale
o dopo l’immunizzazione, le IgG sieriche compaiono di solito simultaneamente
alle IgM o entro un giorno o due. Il livello di IgG aumenta quindi rapidamente
(figura 5). Le IgG di solito persistono per anni a bassi livelli, che sono
dosabili con test idonei sufficientemente sensibili. Durante una reinfezione o
una rivaccinazione, ha luogo una risposta di richiamo (sezione 4.3.2).
La via di immunizzazione o infezione determina se la
risposta di tipo IgA sarà principalmente sistemica o mucosale. Una risposta IgA
sistemica ha luogo con vaccini iniettati per via parenterale o con infezioni da
microorganismi che si replicano e si disseminano agli organi interni e alla
circolazione sistemica. La risposta IgA sierica varia nell’inizio, nel livello
e nella durata, ed è meno prevedibile rispetto alle risposte IgG e IgM.
4.3.2 Risposta
immunitaria primaria e secondaria
Alla prima introduzione
di un antigene nell’organismo, la risposta anticorpale richiede fino a dieci
giorni per svilupparsi. Questo periodo è detto fase di latenza. Le cellule
linfoidi incontrano l’antigene, si dividono ripetutamente formando un clone di
cellule con una reattività simile, si differenziano e cominciano a sintetizzare
anticorpi. I livelli anticorpali crescono rapidamente, raggiungono un plateau e
poi scendono.
La risposta anticorpale
che segue un primo incontro con l’antigene (risposta primaria), è diversa da
quella che segue un secondo incontro (risposta secondaria). La risposta
primaria ha una fase di latenza più lunga, arriva ad un plateau più basso, e
declina più velocemente rispetto alla risposta secondaria. Una parte degli
individui immunizzati con un vaccino ucciso (il tossoide tetanico, per
esempio), sarà stata sensibilizzata ma non mostrerà una risposta anticorpale.
Alla riesposizione ci sarà una risposta accelerata con un periodo di latenza
più breve, un plateau più alto e livelli anticorpali persistenti.
La componente
anticorpale maggiormente presente durante la risposta primaria è rappresentata
dalle IgM, mentre le IgG sono la classe di immunoglobuline principalmente
rappresentata nella fase secondaria. La differenza tra la risposta primaria e
secondaria è più evidente quando l’antigene stimola sia i linfociti B che i T
(antigeni T-dipendenti).
Dosi successive di
antigene danno una risposta anticorpale più rapida e marcata. Anche la capacità
di rispondere al richiamo di un vaccino è prolungata dopo dosi ripetute. Per
esempio si è osservato che una risposta di richiamo al tossoide tetanico dura
fino a 20 anni dopo la terza dose di tossoide tetanico (vedi modulo 3).
E’ stata anche osservata
una fase così detta “negativa”, con una caduta transitoria dei livelli
anticorpali poco tempo dopo uno stimolo secondario. Sono necessari ulteriori
studi per determinare l’importanza e l’entità di questo fenomeno. Dopo una dose
di richiamo di tossoide tetanico, uno studio non ha dimostrato cambiamenti nel
livello di antitossina tetanica, tuttavia la resistenza alla tossina tetanica
inizia immediatamente (Ipsen 1961). Questo potrebbe essere dovuto a un aumento
dell’avidità (vedi sezione 4.3.3) dell’antitossina prodotta.
4.3.3
Maturazione della risposta immunitaria - l’avidità
degli anticorpi
La risposta immunitaria
è caratterizzata non solo dalla quantità degli anticorpi prodotti, ma anche
dalla loro qualità. Una delle misure della qualità è la forza del legame fra un
singolo sito combinatorio per l’antigene ed un determinante antigenico
dell’antigene. Questa proprietà è detta affinità anticorpale e la somma di
tutte le forze leganti è detta avidità dell’anticorpo. L’avidità anticorpale
matura durante la risposta immunitaria. I linfociti B che producono anticorpi
ad alta affinità sono più probabilmente attivati ad un successivo incontro, in
modo che l’affinità media di legame degli anticorpi cresce durante le
successive esposizioni all’antigene. Anticorpi ad alta affinità con capacità di
legame forte sono molto più efficaci nel neutralizzare virus o tossine
batteriche rispetto agli anticorpi a bassa affinità.
5. Immunità
cellulo-mediata
5.1
Natura dell’immunità cellulo-mediata
In molte infezioni le
risposte immunologiche dell’ospite includono non solo la sintesi degli
anticorpi contro i vari determinanti antigenici, ma anche lo sviluppo di
un’immunità cellulo-mediata nei confronti di alcune componenti dei
microorganismi. Il termine immunità cellulo-mediata è una definizione generica
delle risposte immunitarie che possono essere trasferite ad un ricevente non
immunizzato tramite linfociti, ma non tramite anticorpi.
5.2 I linfociti T - cellule chiave della risposta
immunitaria
L’immunità cellulare è
mediata da una popolazione di linfociti chiamati linfociti T o cellule T.
Queste cellule circolano nel sangue e nei vasi linfatici e migrano attraverso
lo spazio intercellulare. Linfociti T immunologicamente reattivi controllano le
risposte immunitarie, ogni risposta immunitaria è controllata da diversi
linfociti. Le cellule T mediano 3 funzioni principali: helper, soppressoria e
citotossica. I linfociti T helper stimolano la risposta immunitaria di altre
cellule (per esempio i linfociti T stimolano le cellule B a produrre
anticorpi). Le funzioni helper sono mediate prevalentemente da una
sottopopolazione di linfociti T che esprimono l’antigene di superficie CD4.
Altri linfociti T,
chiamati cellule soppressorie, hanno un ruolo inibitorio e controllano il
livello e la qualità della risposta immunitaria. Un’altra funzione delle
cellule T è il riconoscimento e la distruzione delle cellule infettate e
l’attivazione dei fagociti a distruggere i patogeni che hanno fagocitato. Le
funzioni soppressoria e citotossica sono mediate da linfociti T che esprimono
lantigene di superficie CD8.
5.3
I segnali fra le cellule del sistema immunitario
- le linfochine
Quando un linfocita T
incontra un antigene estraneo, si attacca ad esso e alla cellula che lo
contiene. Le cellule T attivate dall’antigene rispondono secernendo linfochine,
proteine che agiscono come segnali molecolari di comunicazione tra le cellule
del sistema immunitario (interazione tra le cellule B e le T) e come mediatori
sistemici della risposta dell’ospite all’infezione. Il gruppo delle linfochine
include alcune interleuchine, fattori di crescita e di differenziazione per i
linfociti B e l’interferone gamma.
Citochina è un termine
più generale. Le citochine includono linfochine prodotte dalle cellule T e
sostanze simili prodotte da altri tipi cellulari, in particolare i fagociti
mononucleati. Le linfochine aiutano le cellule B a produrre anticorpi e i
fagociti ad agire più efficacemente contro i patogeni.
6.
Ipersensibilità
Il termine
ipersensibilità è usato quando una risposta immunitaria si presenta in modo
esagerato o inappropriato causando un danno tissutale. Sono noti quattro tipi
di reazioni di ipersensibilità; i primi tre sono mediati da anticorpi, il
quarto è mediato principalmente da cellule T e macrofagi.
·
Il tipo
I, o ipersensibilità immediata, è caratterizzato da una reazione allergica
che segue immediatamente un contatto con l’antigene (che è definito allergene).
La reazione di ipersensibilità immediata dipende da una attivazione specifica
di cellule sensibilizzate con IgE da parte di un antigene, che determina il
rilascio di mediatori farmacologici dell’infiammazione (per esempio
l’istamina). Un esempio di ipersensibilità immediata è la reazione al veleno
d’ape. Malattie atopiche, come l’asma, l’eczema, la febbre da fieno e
l’orticaria appartengono a questa categoria.
·
Il tipo
II, o ipersensibilità citotossica dipendente da anticorpi, si verifica
quando l’anticorpo lega l’antigene sulle cellule e questo innesca la
fagocitosi, l’attività killer della
cellula o la lisi complemento-mediata. L’esempio più rappresentativo di
reazione di secondo tipo è la risposta di un individuo contro gli eritrociti in
seguito a trasfusione di sangue non compatibile.
·
Il tipo
III, o ipersensibilità da immunocomplessi, si sviluppa quando complessi
antigene-anticorpo si formano in grande quantità, o non possono essere smaltiti
adeguatamente dal sistema reticolo-endoteliale, portando a reazioni tipo
malattia da siero. La formazione cronica di immunocomplessi, con la loro
deposizione nei tessuti, avviene nell’ endocardite streptococcica e
stafilococcica, nell’infezione malarica e da virus dell’epatite B. Reazioni
neurologiche che seguono una iperimmunizzazione con tossoide tetanico appartengono
a questo tipo e sono dovute a complessi immuni formati da anticorpi preformati
e tossoide iniettato. Questi complessi immuni attraggono il complemento ed i
leucociti che producono un danno vascolare localizzato (vedi modulo 3). La
malattia da siero che segue all’iniezione di siero eterologo è un altro esempio
di ipersensibilità di terzo tipo.
·
Il tipo
IV, o ipersensibilità di tipo ritardato, si sviluppa quando un antigene
intrappolato in un macrofago non può essere eliminato. I linfociti T vengono
stimolati a produrre linfochine, che mediano una serie di risposte
infiammatorie. L’ipersensibilità ritardata si osserva in varie infezioni
virali, batteriche, protozoarie, micotiche e parassitarie. Un classico esempio
è la reazione di ipersensibilità ritardata cutanea alla tubercolina. La
tubercolina è la lipoproteina ottenuta dal Micobacterium Tuberculosis. La
minuscola frazione di cellule T (meno di 1 su 1000) naturalmente reattiva alla
tubercolina prolifera per dare origine a un clone di cellule reattive dopo
l’esposizione iniziale (un clone è una popolazione di cellule che deriva da una
singola cellula originale). Un individuo che sia stato esposto ai bacilli
tubercolari o immunizzato con BCG ha linfociti T sensibilizzati alla
tubercolina. Quando a tale individuo viene iniettata per via intradermica la
tubercolina, c’è una reazione infiammatoria positiva nel sito di inoculo da 24
a 48 ore dopo. Ulteriore discussione sulla reazione alla tubercolina si può
trovare nel Modulo 5.
Abbreviazioni
BCG Bacillo di Calmette-Guerin, vaccino contro la
tubercolosi
DPT vaccino
anti difterite-tetano-pertosse
ELISA test immunoenzimatico
EPI Programma
Allargato di Immunizzazione
HA test
di emoagglutinazione
HB epatite
B
IU unità
internazionale di potenza
LD50 dose letale per il 50% degli animali usati nel
test
Lf valore di flocculazione, la quantità di
tossoide che mescolata con un’Unità Internazionale di antitossina produce una
miscela flocculante ottimale
OPV vaccino antipolio orale
PFU unità formante placca; la minore quantità di
una sospensione virale che che produce una placca in colture cellulari in
monostrato
TCID50 dose
che infetta il 50% delle colture cellulari; la quantità di una sospensione
virale che infetta il 50% delle colture cellulari
TT tossoide tetanico
Referenze
Vedi
documento originale.
Il presente documento costituisce una agevolazione al
lettore ma non è un traduzione ufficiale del documento originale predisposto
dall’OMS e disponibile all’indirizzo:
http://www.who.int/vaccines-documents/DoxTrng/h4tibi.htm